Patent Box 2016 - marchi e brevetti

Patent Box 2016: marchi e brevetti

Cambio di programma per quanto riguarda la presunta scadenza del 30 giugno sui marchi e brevetti: il Governo ha deciso di estendere la validità del bonus fiscale del Patent Box su queste due categorie di beni immateriali, alla luce del peso importante che hanno all’interno delle imprese del nostro Paese.

Si tratta di una prima anticipazione di quello che sarà il contenuto della legge di Stabilità 2016: l’annuncio ufficiale è stato dato da Renzi in occasione della sua veloce visita sul lago D’Orta.
Tra i vari temi toccati c’è stato anche lo spazio per citare il Patent Box, considerando proprio l’incredibile successo in termini di adesione che ha toccato nel corso del primo anno, con oltre 3500 richieste di accesso.

L’agevolazione fiscale oggetto della proroga consiste in una parziale esenzione su IRES e IRAP riguardante tutti i redditi che derivano da:

  • uso diretto
  • concessione in uso a terzi

dei beni immateriali. In questo caso il riferimento in particolare riguarda i marchi e i brevetti che saranno inclusi nel Patent Box anche oltre il 2017, pur dovendo ancora chiarire in quanto consisterà l’entità del bonus.
Allo stato attuale, ricordiamo, il Patent Box permette un’agevolazione pari al 40% destinata ad aumentare al 50% a partire proprio dal prossimo anno.

È noto che l’OCSE, all’interno del rapporto Beps (Base erosion and profit shifting) abbia inserito una serie di raccomandazioni, tra cui quella riguardante la limitazione dell’applicazione sui marchi e brevetti, già in vigore in altri Paesi europei. L’Action 5, infatti, richiede la loro esclusione, fatte salve alcune eccezioni.

Tale abbandono sarebbe dovuto comunque avvenire in modo graduale, in modo da poter garantire fino al 2021 l’inclusione nel regime per chi avesse esercitato l’opzione entro il 30 giugno 2016.

Patent Box 2016: cos’è cambiato

Occorre tener conto di due fattori alla base di questo cambio di rotta:

  • il peso che queste tipologie di beni immateriali hanno nel nostro Paese, considerando l’importanza e il prestigio che hanno nel mondo i marchi Made in Italy, in particolare nel campo della moda e del food;
  • il fatto che l’Italia sia stato uno degli ultimi Paesi dell’Unione ad aderire al Patent Box, motivo che giustificherebbe la proroga nell’adottare una limitazione ancora non applicata da stati che hanno aderito ben prima di noi a questo modello di agevolazione fiscale.

 


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La misura, infatti, è stata introdotta nel nostro Paese da appena un anno, tramite la legge di Stabilità 2015 n.190, è già si stima che abbia un valore pari a un miliardo di entrate annue.

Per questo motivo il Ministero dello Sviluppo economico caldeggia la difesa dell’attuale situazione, proponendo correttivi di entità minore.

È stata messa sul tavolo, per ora solo a livello tecnico, anche l’ipotesi di attuare una sterilizzazione dei costi infragruppo, che allo stato attuale riducono l’entità della detassazione promulgata dal Patent Box.

Resta da vedere quale sarà la reazione degli altri paesi europei di fronte a un’estensione che si distacca dalle indicazioni OCSE: già in precedenza, quando era apparsa già chiara tale volontà a livello politico, avevano accusato l’Italia di volersi candidare a paradiso fiscale per multinazionali e aziende, deragliando dal percorso di armonizzazione che Bruxelles cerca di promuovere fin dal lontano 1997.

patent box 2016 europa

Nonostante l’Italia si batta da sempre in prima fila contro le pratiche di evasione fiscale, secondo alcuni europarlamentari con questa estensione offrirebbe di fatto nuove scappatoie e rappresenterebbe un problema a livello politico, in quanto indirettamente andrebbe a danneggiare altri Paesi che hanno, al contrario, accolto le indicazioni OCSE e applicato le limitazioni.

Ricordiamo che il tema è diventato particolarmente caldo anche in seguito al recente scandalo Panama Papers, in seguito al quale è stata diffusa un’ingente mole di documenti riguardanti le attività di migliaia di società (di cui una buona parte controllate da politici, capi di stato e banche di tutto il mondo) con sedi sparpagliate in diversi paradisi fiscali, con lo scopo di evitare di dover pagare le tasse dovute nei paesi di appartenenza e per riciclare denaro.

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